L’inutilità del ban delle pagine Facebook come strumento definitivo (o di come a questo giro mi ritrovo la Polizia sull’uscio di casa)

Il ban è quello strumento utilizzato dagli amministratori di un ambiente virtuale per vietare l’accesso o l’interazione con gli altri membri ad un determinato utente tramite il suo username, IP o indirizzo email.
In questo post in realtà facciamo riferimento alla funzione “Blocca” utilizzata dagli amministratori delle pagine Facebook, quindi non un vero e proprio ban, ma così viene correntemente chiamato nel linguaggio social.
Il blocco di un utente da una pagina permette ad un amministratore di eliminare il troll o disturbatore di turno con un facile click.
E’ sicuramente una di quelle funzioni che aiuta a tenere le redini della discussione, ma che allo stesso tempo permette di stroncare le discussioni sul nascere.
Se l’amministratore gestisce con dedizione la pagina questo strumento può essere spietato e ingannevole.
Durante la vostra esperienza social vi sarete ritrovati sicuramente a leggere link, post, commenti a foto in cui ritenete esserci solamente un mucchio di inesattezze e nessuna voce contraria. Una specie di pulizia dispotica dell’opinione pubblica.
E’ una di quelle cose che non mi è mai andata a genio.
Ho iniziato ad approfondire i miei studi sui social network un giorno in cui stavo discutendo riguardo ai cosiddetti taggaroli su Roma fa schifo, e avendo posizioni diametralmente opposte a quelle degli admin mi è stato impedito di continuare a discuterne.
Ma non stavo insultando nessuno.
Non stavo prendendo in giro nessuno.
Perché non posso parlare? perché dovrei rimanere tranquillo pensando che un determinato gruppo di persone elimina le voci fuori dal coro e continua a darsi ragione a vicenda?
Nacque così il secondo profilo, dapprima con nome e cognome invertiti rispetto al precedente poi storpiati in Tranelli Harlock per convenienza.
Creandomi un secondo account con lo stesso nome volevo far capire che ero sempre io, che non bastava un ban (o blocco) a farmi stare zitto, perché in 15 anni di internet so bene cosa non si deve fare, e in quel momento non avevo violato nessuna regola.
Quindi il blocco può diventare una funzione dispotica e censoria che, almeno secondo la mia esperienza, ha sempre scatenato un certo impulso incontrollato al trolling.
Trolling che, in questo caso, non ha veramente nulla a che fare con quella mostruosità virtuale che i giornali dipingono quotidianamente.

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La libertà su internet vista dal sedicente popolo della rete.

Qualche giorno fa, grazie al magnifico Google Alert, sono incappato nella pagina “Contro troll 5s“.
La pagina linkava un post che la stessa aveva messo sulla bacheca di “La coerenza del PD“.
Nel post si accusava un utente di diffamazione perpetrata nel tempo nei confronti del movimento di Grillo. Si elencavano tutte le infamie virtuali, legate alla pagina “5 stalle fans“.
Le accuse, che trovate spiegate al link di cui sopra, sembrano scritte da un bambino delle elementari ma rendono bene l’idea e la visione che si ha del troll, così come del diverso, all’interno del movimento. Sintetizzandole, “5 stalle fans” è colpevole di essere un troll che gestisce 20 account, di prendere in giro i grillini per l’ignoranza, di appartenere ad un partito più piccolo, di parlare dei guadagni del blog con cifre errate, di essere di sinistra ma amico dei leghisti, di creare mistificazioni nei confronti dei 5 stelle. Poi, buttata lì tra le accuse, si parla di una persona condannata per spaccio di droga.
Leggendo il lungo elenco ho pensato che effettivamente si potesse rispondere a tante di quelle accuse facilmente. In fondo, non c’è nulla che i pentastellati già non facciano: costruire ad arte immagini per screditare gli avversari politici; spammare le proprie verità sulle altrui pagine; non avere la capacità di argomentare i propri pensieri.
Disciplina quest’ultima nella quale sono i campioni assoluti dell’internet italiano, a tal punto che poche righe dopo, per giustificare i compensi del blog di Grillo molto minori di quelli paventati dal troll, citano come fonte Libero Quotidiano. Si, proprio il quotidiano che riporta le notizie del Corriere del Mattino. Sì, proprio quel quotidiano diretto dal tizio che ha simulato un attentato alla propria persona per costruire una strategia della tensione fai-da-te decisamente poco produttiva. Avrebbero potuto anche dire che i 10 milioni di euro non sono una calunnia del troll, ma del Sole 24 ore (di cui è stato rimosso il link, ma se ne parla qui). Tra l’altro Libero cita un’indagine di Repubblica, ma evidentemente un link a questa testata sarebbe stato da servi del sistema.
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La società dei troll.

Si continua a parlare di troll.
Anche ieri, su Repubblica.it, un’intervista a Ilvo Diamanti ci ricorda di quali esseri spregevoli siano questi utenti.
Troll: quel fascismo elettronico che fa ricco il web“, titola il quotidiano.
E’ simpatico notare come, poche righe dopo, si legga che andrebbero puniti, o responsabilizzati, “coloro che consentono al troll di esprimersi”.
Quindi da una parte si denuncia il “fascismo” degli utenti, mentre dall’altra se ne vuole censurare la libertà di espressione.
Non che ci sia nulla di sbagliato a regolamentare il web. Ma, in fondo, di chi stiamo parlando?
In realtà, lo stesso Diamanti non sa rispondere bene alla domanda.
Dal punto di vista della ricerca accademica e in parte anche sociologica sulle soggettività che rappresentano il mondo dei troll c’è un sostanziale deserto di analisi. C’è una ricerca di docenti canadesi che ha cercato di analizzare il mondo dei troll, ma non ne esce una profilazione. Abbiamo provato a chiederlo a chi si occupa di moderazione, ma su questo sono molto riservati. A riguardo segnalo un bel libro di Evgeny Morozov intitolato L’ingenuità della Rete che racconta in maniera divertente i comportamenti che si verificano in Rete. Per esempio, lui definisce il complesso di Hitler: navigando in un sito Internet di informazione in cui ci sono i commenti, entro il 40mo commento c’è quasi sempre qualcuno che dà del nazista all’altro“.

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