Social & Thanatos

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Nelle ultime settimane diversi casi hanno spostato l’attenzione mediatica sui social network.

Uno dei casi che ha avuto più rilevanza è quello del carabiniere che dicendosi Adam Kadmon – probabilmente per avere risonanza mediatica, dimenticandosi che il 99% della gente sana di mente non ha assolutamente idea di chi sia Adam Kadmon – annuncia la sua fine su Facebook e il giorno dopo viene trovato morto. Probabilmente suicida, ma se volete di teorie del complotto dietro questo fatto ce ne sono a bizzeffe.

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Dopo qualche giorno è stato il noto disturbatore televisivo Gabriele Paolini ad annunciare su Facebook il suo suicidio. La polizia sarebbe entrata in casa mentre questo aveva già assunto ansiolitici e stava riprendendo la scena con una telecamera.

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E’ di quei giorni anche il caso shock di Cosimo Pagnani, che uccide la moglie e subito dopo scrive “sei morta troia” su Facebook.
Riporto lo screenshot fatto a pochi minuti dall’uscita della notizia perché, prima della chiusura del profilo si è arrivati intorno ai 300 like a causa di uno scherzo di un gruppo di troll, come spiegato in questo articolo de La città di Salerno (signor Chiusi, condivido pienamente quanto scrive, ma Banda Degrado era un gruppo segreto, pubblicare screenshot senza oscurare i nomi non è stata cosa molto carina). Nella vicenda di Pagnani il problema della privacy riguarda tutto l’ambiente, considerando che anche sul profilo della moglie possiamo leggere i loro problemi, esposti pubblicamente.

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Mentre negli States si viene incriminati per aver pubblicato testi di canzoni che risultano minacciosi nei confronti dell’ex moglie che ha appena ottenuto un ordine restrittivo (spiegato molto meglio qui su Tech Economy da Rachele Zinzocchi), in Italia si può postare più o meno qualsiasi cosa ricevendo pacche sulle spalle dagli amici, o addirittura dalle future vittime, come l’uomo che ha ucciso la moglie e il figlio a Numana, che pubblicava foto con pistole e fucili, o post come questo che, a quasi un anno di distanza dalla pubblicazione, fa venire i brividi.anche-oggi-non-ho-ucciso-nessuno

 

Ci sono state anche le decine di video della morte in diretta di Mango, diventata virale sui social.
I siti di notizie prendono i video girati con gli smartphone dagli spettatori e poi condivisi con privacy pubblica su Facebook, o su Twitter dove tutto è pubblico, ci mettono sopra la loro etichetta, e subito li diffondono, con tanto di commenti della gente in sala che dopo la morte dell’artista risultano decisamente fuori luogo tipo “con questo video faccio i miliardi“.

Il problema della privacy è una questione annosa e contorta che rientra nella mancanza di educazione ai social network di cui mi sono promesso di scrivere il prima possibile.
Ci sono però due punti che voglio sottolineare:

  • Se volete che tutto il mondo veda ciò che pubblicate, apritevi una pagina e non utilizzate il vostro profilo privato. E’ quello lo scopo delle pagine.
  • Se state scrivendo qualcosa sul vostro profilo privato come semplice sfogo, o “terapia“, come sostenuto dal sopracitato uomo incriminato negli Stati Uniti per il testo di una canzone, e non volete finire processati, applicate le restrizioni alla privacy in modo da condividere quei sentimenti con persone di fiducia che capiscono cosa volete dire e cosa provate. Oppure tenetevele per voirestrizioni-privacy

Condividere la morte è una cosa che ognuno è libero di fare. Mettere like al “sei morta troia” può far ridere. I video della morte di Mango hanno raggiunto migliaia di condivisioni e i like a questo status sono stati centinaia. Ognuno è libero di vivere il social network come meglio crede, però non possiamo poi lamentarci di come stia scadendo la stampa italiana, se mangiamo tutto quello che ci da in pasto, perché l’offerta è spesso fatta dalla domanda.

Inoltre, è da casi come questi che si iniziano a progettare le leggi, e se in America si sta discutendo sul modo di applicare una legge contro le minacce online e i cosiddetti hate speech senza ledere al primo emendamento, in Italia il passaggio potrebbe non essere così democratico. Sta a noi, all’utilizzo che quotidianamente facciamo del mezzo social, a come ci esponiamo nei confronti della sfera pubblica, influenzare quale iter prenderà la regolamentazione della rete.

Se questo continua a essere il trend, difficilmente si potrà continuare a difendere la libertà di espressione senza apparire come difensori della violenza, dello sproloquio e delle minacce.

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