La diffusione delle bufale? Colpa dei quotidiani nazionali.

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La diffusione delle bufale è colpa dei grandi quotidiani nazionali. 
L’industria editoriale, quella che conta, ha preferito degradare il livello qualitativo dei quotidiani nella loro versione online, estirpandone la natura di veicoli di informazione per renderli dei semplici contenitori di materiali virali che si trovano (molto facilmente) su internet. Le notizie vengono trattate alla stregua dei meme, i titoli non vengono più scritti per agevolare il lettore ma per attirare click al sito, la descrizione del link all’articolo che troviamo sulla pagina Facebook del quotidiano deve essere catchy, non accurata. Tante volte neanche fedele all’articolo. Catchy.
Le grandi firme di una volta hanno lasciato il posto ad un esercito di stagisti sottopagati che devono scovare nuovi video di gattini, flash-mob, formiche zombie, ice-bucket-challenge e attività virali di ogni sorta che fanno tendenza in quel determinato momento.
Contenuti che spesso risultano datati per i frequentatori più assidui del web, una continua ripetizione di materiali grafici che non assumono neanche quell’effetto vintage/divertente dei video di Paperissima, che da bambini avevamo la fortuna di vedere una o due volte, per quanto vecchi potessero essere.

Stagisti sottopagati (quando vengono pagati) e giornalisti alle prime armi oberati di lavoro si occupano di scrivere articoli da poche centinaia di battute – perché l’informazione nell’era dei tweet deve essere semplice e rapida – su economia, politica e società. Come se fosse facile in 10 frasi saper esprimere un concetto articolato o raccontare un fatto complesso.
Il risultato? Un abbassamento del livello qualitativo tale da rendere i quotidiani nazionali accostabili a siti creati da semplici utenti su piattaforme gratuite (una su tutte .altervista.com), sicuramente confondibili dagli utenti meno preparati, ma non solo. Tante volte basta solo un po’ di distrazione, di stanchezza, per confondere anche i naviganti più esperti. E quando diciamo “semplici utenti” intendiamo chiunque, dai bambini ai troll.

Per non parlare dei siti di bufale che hanno raggiunto una diffusione tale da potersi permettere un dominio proprio come Lercio o il Corriere del Corsaro che vengono presi per buoni anche da agenzie di stampa estere. Il che ci da una deprimente misura di quanto sia difficile discernere tra bufale e realtà nell’informazione italiana.

E’ vero che in Italia c’è scarsa educazione al digitale e pochissima attenzione da parte degli utenti, ma siamo sicuri di volercene prendere tutte le colpe?
Ci sono degli effettivi vantaggi nel non portare l’austerità dei quotidiani cartacei – che forse li rendeva elitari, ma facilmente riconoscibili rispetto a rotocalchi e quotidiani sportivi – nella loro versione online?
A parte i vantaggi economici di estendere la propria tiratura ad un pubblico che non si è mai avuto quando si era semplice carta, si intende.
Un pubblico che mai avrebbe confuso Cronaca Vera con Il Corriere della Sera, o La Stampa. 
Un pubblico che quando doveva essere ingannato – come nella bufala degli autori de Il Male su Ugo Tognazzi capo delle BR –  veniva ingannato da esatte repliche dei quotidiani nazionali.

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Oggi viene fatta la stessa identica cosa, ma il creatore di bufale non solo non ha bisogno di macchinari e di attori disponibili a farsi fotografare durante l’arresto, non ha bisogno neanche di utilizzare linguaggio giornalistico o di una impostazione grafica complessa.
Certo, sarebbe facile con i mezzi a disposizione oggi riprodurre qualsiasi cosa. Ma sicuramente far sembrare tutto un bazar, un suq, un ammasso apparentemente disordinato di notiziebuffevideoviralifotodivertentispezzoniditrasmissionetelevisiveimbarazzantipolemichecalcistichegossipedonnenude abbassa lo standard necessario al creatore di bufale per farle passare per notizie reali.  

E quando i quotidiani cartacei saranno definitivamente soppressi cosa resterà del giornalismo italiano?
Refusi, superficialità, confusione.
Sembra che la figura del correttore di bozze sia estinta, scomparsa.
Sembra che il gusto dell’indagine giornalistica sia venuto meno.

Sembra chiaro che contano solamente i click, sopraffare la concorrenza per avere più traffico.

Alcuni esempi?

In settimana il Messaggero ci ha ricordato che Massimo Bossetti, indagato per l’omicidio di Yara Gambirasio, non è il proprietario della regione tra la Turchia e la Bulgaria.

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La Repubblica ha deciso di evitare ogni tipo di indagine giornalistica per un più facile Tweet. Ma se le informazioni le abbiamo noi, a cosa serve leggere il giornale? A questo punto twitto pure io con l’hashtag #NormanAtlantic e almeno mi relaziono di persona con le vittime.norman-atlantic

Il Corriere della Sera ha trafugato le vignette dei maggiori fumettisti italiani che esprimevano cordoglio per Charlie Hebdo regalandosi l’appellativo di #corrieresciacallo nell’hashtag che ha dilagato i giorni successivi.

Si potrebbe continuare a oltranza, ma se volete approfondire la tematica  vi consiglio queste pagine Facebook ricche di esempi di quanto appena detto:

Ah ma non è Lercio.
Giornalisti che non riescono a scopare.
Raccolta statistica di commenti ridondanti – per avere un’idea di cosa scatenano i titoli degli articoli e le loro descrizioni sui social.
L’ego del giornalista.

E se avete il dubbio di aver creduto ad una bufala, non dimenticatevi di dare un’occhiata a Bufale.net.

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