Io non parlo di cose che non conosco.

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Si è detto (e scritto) in ogni testata online ad oggi esistente che i disturbatori della rete sono coloro i quali si intromettono nelle discussioni con messaggi di insulti, fuori tema e volutamente fastidiosi.
Ma è questo che da veramente fastidio?
Poniamo caso che si stia discutendo su un thread riguardante Star Wars e che all’improvviso arrivi il solito anonimo saccente ad accendere un flame: se il saccentone ha argomentazioni – di qualsiasi tipo, dal sarcastico al dissacrante al volutamente provocatorio – per quel che ne so potrebbe essere anche George Lucas in persona (perchè questo è quello che farei se fossi George Lucas: andrei su qualsiasi forum dove vengono esposte strane teorie su Star Wars e insulterei quei maledetti nerd che mi danno i soldi con cui tanto bene ho vissuto negli ultimi quarant’anni. Ma questa è un’altra storia…).
Cosa succede, invece, quando i disturbatori sono completamente in-topic?
Chi sono quelli che tengono il discorso sempre sul punto iniziale, ma riempiendolo di inesattezze?
Ed è proprio da ciò che si genera una buona parte dei thread di insulti, di litigi online, di quella piazza verbalmente violenta costantemente criticata. Quando arriva l’uno tra i tanti a dire le cose come stanno.
Prendiamo in esempio i commenti a questo articolo di Kento sul Fatto Quotidiano, nel quale invitava i suoi colleghi rapper a schierarsi di più politicamente:

commenti articolo kento

Vi risparmio le conversazioni nate da alcuni commenti che potete leggere cliccando sul link sopra riportato.

Quando leggo “cari rapper lasciate stare i messaggi politici” e “da dove viene la necessità di portare dentro la musica miseri argomenti politici?” avrei proprio la voglia di vederlo all’opera, il troll saccentino, polemico e disturbatore, che spende la giornata a fare lezione di “storia della hip-hop” e gli spiega un po’ da dove viene la necessità del messaggio politico nella musica rap. Magari prendendoli in giro per cose poco inerenti al discorso. Così finalmente ad ognuno il suo ruolo. Chi percula è il troll,  chi nel leggere un articolo sui rapper e chiede ad un rapper sulla scena da decenni “chi te conosce? chi te se ‘ncula?” è un ignorante maleducato.
Potete capire la differenza senza grandi sforzi.

Però attenzione, perché la lezione di storia – online e completamente gratuita – il più delle volte varrebbe al professore una bella gogna popolare fatta di pubblico ludibrio e segnalazioni.
Perché? Perché, come hanno già scritto qui e meglio di me “guai a dare dell’ignorante di merda ad un ignorante di merda.
Inoltre, aggiungo io, perché nella visione popolar-virtuale della cultura c’è insito qualcosa di malvagio, scomodo e moralista.
Si dice che “un mare calmo non ha mai reso un marinaio esperto” ma agli occhi del pubblico la conoscenza (quella dei libri, dei testi universitari, della scienza ufficiale) è la prova dell’avere a che fare con il sistema.
E il sistema è cattivo.
Il sistema avvelena l’aria, l’acqua la terra e il cibo.
E tutto ciò per far rimanere sulla terra voi solamente stronzi che avete studiato. A DISCAPITO DELLA GENTE QUALUNQUE.
La conoscenza ufficiale è malvagia, la verità è su internet.
Conseguenze di questo modo di ragionare?
Mah, neanche troppe.

Senza spingerci in temi troppo complessi, vediamo che succede quando non si conosce uno sport come il parkour:

parkour

Soprattutto se il gruppo è “sei della LEGA NORD se…“, conta solamente il colore della pelle, non lo sforzo e l’allenamento fatto per arrivare a certi livelli.
Beh, in realtà in molti – leghisti inclusi – abbiamo provato a spiegare che è uno sport urbano e non il risultato di un “allenamento nella foresta”… ma come potete vedere i commenti passano inosservati, e la verità viene bypassata per lasciar spazio ad uno sfogo pregiudiziale.
Di dimensioni probabilmente inaccettabili.
Questi utenti:
a) Non sono troll, non stanno fingendo né provocando.
b) Sono completamente in-topic. Non c’è nessun flame.
c) Se anche qualcuno fosse troll – ad esempio chi ha postato il video – l’ignoranza della materia trattata sarebbe la molla che fa scattare tutti gli altri. La povertà culturale fa il resto, soprattutto nella scelta delle parole.

parkour2

Anche qui sarebbe bello se qualcuno li prendesse da parte per una buona lezioncina. Magari due parole sul patrimonio genetico, per dirne una.
Ma a cosa servirebbe?
Domani ci sarebbe un’altra occasione per sfogarsi contro qualcosa di estraneo – quindi alieno – che non conosciamo e ci fa paura.
Pensate quando il discorso riguarda la ricerca medica.
Può capitare che a causa della disinformazione dei bambini muoiano, allora la rete si commuove.
Parlare di cose che non si conoscono significa comunicare informazioni sbagliate a terzi che ritengono affidabile la fonte sulla base di una comune appartenenza ad una cerchia ristretta (un gruppo Facebook, una comunità virtuale, etc…).

Come possiamo evitarci tutto questo?
Beh, per iniziare potremmo seguire il consiglio di Nanni Moretti in “Sogni d’oro”…

Tutti si sentono in diritto, in dovere di parlare di cinema. Tutti parlate di cinema, tutti parlate di cinema, tutti! Parlo mai di astrofisica, io? Parlo mai di biologia, io? Parlo mai di neuropsichiatria? Parlo mai di botanica? Parlo mai di algebra? Io non parlo di cose che non conosco! Parlo mai di epigrafia greca? Parlo mai di elettronica? Parlo mai delle dighe, dei ponti, delle autostrade? Io non parlo di cardiologia! Io non parlo di radiologia! Non parlo delle cose che non conosco! E VATTENE!

Anzi, potremmo provare a reinterpretarlo e farlo nostro… ne verrebbe qualcosa del tipo:

Io su internet non parlo di cose che non conosco, ma se proprio mi trovo a farlo un bel fact checking prima non me lo toglie nessuno.

 

 

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2 thoughts on “Io non parlo di cose che non conosco.

  1. Grazie per i tuoi articoli.
    Seguo i quotidiani su facebook – purtroppo, ma per comodità – e ogni giorno mi imbatto nelle situazioni che descrivi: disinformazione, bufale, ignoranza, razzismo, analfabetismo, pregiudizi.
    Non studio sociologia ma è un ambito che mi interessa molto, soprattutto applicato ai Social, e sono contenta di aver trovato finalmente qualcuno che ne parla. Perchè non esistono corsi di educazione al mondo di internet e dei social?
    Sarebbero molto utili sia ai più giovani che, talvolta, soprattutto, agli adulti.
    Perchè tutte queste persone si fermano ai titoli e non approfondiscono ciò che vedono e leggono? Perchè persone apparentemente normali nella vita reale, nella vita virtuale si rivelano razziste, violente, calunniatrici e volgari?
    Da donna, mi sorprende ogni volta leggere certi commenti scritti da donne.
    E’ un problema di ignoranza o c’è dell’altro?

    Io proprio non capisco.
    Elena

    1. Ciao Elena!
      I corsi ci sono, ma sono per persone già grandi e costano un occhio per la testa.
      Perchè non rientrino nella “buona scuola” di Renzi si capisce ancora meno, considerando che ogni anno vengono introdotti (per fortuna) mezzi tecnologici sempre più sviluppati come la LIM e la connessione ad internet è integrata in tutte le scuole già dalle medie. Come usare internet per questi ragazzi è un’esperienza privata e personale, siamo tutti autodidatti. Forse è anche giusto così, ma servirebbe quantomeno aprire un dibattito.
      Grazie del tuo bel commento!

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