Che fine hanno fatto i troll del PD?

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“Che fine hanno fatto i troll del PD” è stato originariamente pubblicato su MOTHERDBOARD ITALIA il 17 giugno 2016 all’indirizzo http://motherboard.vice.com/it/read/che-fine-hanno-fatto-i-troll-del-pd

 

 

Schizzi di merda digitali”. Un fulmine a ciel sereno che colpì l’internet italiano nel marzo del 2013, scagliato dal blog di Beppe Grillo nel tentativo di scavare un solco tra i militanti del MoVimento e gli avversari politici e sociali.
Da mesi orde di trolls, di fake, di multinick scrivono con regolarità dai due ai tremila commenti al giorno sul blog. Qualcuno evidentemente li paga per spammare dalla mattina alla sera.” Bastarono queste poche righe per dare vita a uno dei tormentoni più in voga nei social italiani, il “chi ti paga?”.

Forse è capitato anche a voi di sentirvi rispondere così all’interno di una discussione, o magari avete visto qualche amico scherzarci sopra. Il “chi ti paga?” è stato, negli ultimi tre anni, un tormentone paragonabile soltanto al famigerato “e i marò?”.

Il chi-ti-paga, di fatto, è stata una delle mosse più intelligenti da quando la politica è arrivata ad avere un ruolo attivo nei social network, rivolge direttamente una domanda sulla sfera personale dell’interlocutore, ne distrugge la genuinità dell’ideale politico, relegandolo a pura propaganda priva di supporto intellettuale.
La strategia politica di ogni partito che ha svolto propaganda sui social network è stata chiara da subito: aumentare le divergenze tra gruppi sociali. Far capire all’elettore che noi siamo meglio di loro, come è sempre stato in politica, ma attraverso un medium più totalizzante rispetto alla televisione.

Da quel momento in poi si è creata una frattura: i troll pagati dal “sistema” per mistificare la realtà contro il popolo della rete, quello che a prescindere siede dalla parte del giusto.
Il chi-ti-paga è un metodo facilmente esportabile in tutti gli ambienti virtuali che fuggono l’argomentazione scientifica in nome di una verità più grande che viene messa a tacere dai signori del mondo.

In questa ottica, chi prova a dissentire, specialmente se argomenta la propria idea, diventa istantaneamente un troll pagato. Non è più una persona che esprime le sue opinioni nella rete libera, è un lacchè al servizio del potere. In questo caso del PD.

La diffusione nel pensiero comune dell’esistenza di troll pagati è stato probabilmente il colpo di grazia ad un luogo di confronto—i social network— già in piena crisi dopo l’ingresso massivo dei cosiddetti immigrati digitali, quella parte di utenti privi di esperienze di confronto nell’internet pre-social, che non colgono le dinamiche della rete, specialmente nei suoi marcati tratti di umorismo nero.

L’intento di chi ha perseguito questa strategia politica è ben riuscito. Ha identificato un nemico, ne ha dipinto le caratteristiche, ha scelto un linguaggio quasi militare.

Ha diviso i suoi elettori dal resto degli utenti, li ha fatti sentire una compagine, una squadra con un solo avversario arrivata alla resa dei conti.

 

renzi troll

 

Oltre al suo effetto di coesione tra gli utenti, il chi-ti-paga ha avuto anche un effetto protettivo nei confronti del popolo della rete. Si pensi al periodo successivo alle elezioni europee del 2014 quando, dopo un’inaspettata debacle del MoVimento —con Grillo che aveva paventato percentuali bulgare durante un’intervista a Porta a Porta— l’hashtag #vinciamonoi divenne #vinciamopoi e le prese in giro caddero come pioggia sul MoVimento. Ma nel suo momento più difficile, convincere quel 21 percento di elettori che il nemico è ovunque, anche tra i loro conoscenti, amici e contatti social ha contribuito a formare una base solida, fedele ed incrollabile.
Il troll pagato fu individuato tra gli “spartani”, giovani comunicatori ed influencer del PD.

Ad un tratto chiunque creasse un meme, un post, uno status che criticasse o scherzasse il MoVimento fu associato a questo gruppo di influencer.

fuck logic

I nuovi arrivati del mondo digitale non riescono a comprendere che un certo livello di cinismo sia endemico nella rete. La rete è cinica, se trova qualcosa su cui ridere, ride; è così da prima dell’era social.

Lo stesso vale per il trolling in politica. Ammesso che esista—ma non ne abbiamo le prove— qualcuno che viene pagato per creare meme contro altri soggetti politici, la maggioranza degli utenti lo fa per puro divertimento. Lo fa per il lol, volendo usare l’espressione gergale e più esatta.

Contro i troll in questi anni sono state pubblicate online centinaia di guide (o meglio, centinaia di traduzioni della stessa guida). E’ uscito inoltre uno studio scientificocanadese intitolato Trolls just want to have fun, che spiega la personalità—sadica, machiavellica, narcisista e psicopatica— di questi soggetti che si nascondono dietro un computer. Ma quello studio parlava dei cyberbulli e di come ci si diventa.

Nella stampa italiana si fa addirittura fatica a distinguere i troll dai cyberbulli.

Poi, all’improvviso, come successo per il tormentone “e i marò?” al rientro dei fucilieri, il “chi ti paga?” è venuto meno. Le accuse ai troll del PD sono praticamente assenti da internet, anche dalle più remote testate online. Quando, due anni fa, ho iniziato a studiare i troll e il trolling in tutte le sue sfaccettature, ho attivato Google Alert sulla parola “troll” nelle pagine italiane per non perdermi alcuna menzione.

Nelle ultime due settimane, la precedente e la successiva al primo turno delle amministrative, ho potuto controllare 213 pagine che facessero riferimenti alla parola troll:

179 facevano riferimento al mondo nerd-fantasy (Videogame, libri, bigiotteria, cosplay, etc.);

21 volte l’espressione era usata per indicare gli hater e i cyberbulli ma senza accezione politica—coloro che commentano sui profili social dei vip, i tentativi di Periscope diarginare i molestatori, gli sceneggiatori Game of Thrones o Zlatan Ibrahimovic.

5 volte si parla di patent troll.

8 volte infine si parla di troll in politica. Di queste 8, solo una segnala un troll “infiltrato”.
Se anche fossero state tutte 8 attinenti al nostro argomento, si sarebbe trattato comunque di un 3,75 percento.

 

pd troll

 

In questi anni ho provato a capire se ci fosse un modo di entrare nel giro dei troll pagati. Ho cercato i contatti e ho provato a reperire le persone che avevano lasciano confessioni a testate di dubbia professionalità. Eppure non ho mai ricevuto risposte. Nessun partito ha mai voluto assumermi. Nessuno dei miei contatti che vengono regolarmente accusati di essere troll pagati dal PD mi ha mai confidato di ricevere soldi.
Sta di fatto che in tutta questa vicenda, l’unica cosa di cui non si ha certezza ad oggi è che migliaia di persone su internet, o poche persone con decine di profili, siano state pagate per difendere determinate posizioni politiche. A meno che non vogliamo ritenere attendibili le confessioni anonime rilasciate a testate come Informare x Resistere.

Questa versione – molto italiana – del troll pagato è una sorta di figura mitologica dell’internet: da una parte si è venuta a creare una consistente narrativa che riguarda la loro esistenza, dall’altra diversi siti di debunking si sono mossi per smentirne l’esistenza, venendo accusati anch’essi di essere pagati.

Alla fine, gli unici a giovare di questa visione degli utenti sono proprio i politici, di tutto l’arco parlamentare. E’ facile rispondere alle critiche ricevute dicendo che gli insulti non arrivano per demeriti personali del singolo politico, visto che provengono da troll maleducati e probabilmente mandati da qualcuno che ha interesse a screditarlo. Un sistema talmente consolidato che avviene anche da parte di esponenti del PD, comein questa lite tra Orfini e lo stesso Grillo.

Non accettiamo un punto di vista diverso dal nostro, non cerchiamo di fare del dialogo uno strumento di crescita per entrambe le parti. Preferiamo pensare che chiunque la pensi diversamente da noi venga pagato per farlo.

 

 

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