Gli effetti catastrofici di una giuria popolare | Grillo, ma cosa dici?

giuria-popolare

Gli effetti catastrofici di una giuria popolare che determini la veridicità delle notizie sono facilmente riscontrabili.
Subito dopo il proclama di Beppe Grillo, ho postato sulla pagina Facebook di questo blog una notizia falsa di LiberoGiornale, sito di bufale di cui nell’ultimo mese si è parlato un po’ ovunque (ma linko il mio pezzo perché sono narciso).

Come potete agilmente vedere, nel testo che accompagna il link erano riportate tutte le motivazioni per capire che si trattasse di una bufala, l’assurdità della giuria popolare era sottolineata dalle 37.000 condivisioni, ed era esplicitato come la proposta di Grillo avesse “rotto” la piuttosto pacifica discussione sul cosa si possa o non possa fare per arginare le bufale.  Ho anche aggiunto diversi screenshot nei commenti per esplicitare al meglio il tenore delle reazioni alla notizia di Bello Figo a Sanremo.
Eppure gli utenti che sono arrivati sulla pagina hanno commentato per lo più così:

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Ora, noi dovremmo lasciare che persone che non hanno la soglia d’attenzione necessaria a leggere un testo di media lunghezza, persone che aprono un sito a caso e credono in quello che c’è scritto, decidano sulla veridicità di una notizia postata da un quotidiano nazionale?
Sembra anche inutile approfondire questa parte, si rischia di cadere nell’ovvio.
Può essere utile invece riassumere brevemente lo stato attuale del dibattito tra le parti maggiormente interessate alla questione. Escluderemo gli organi di stampa ufficiali, protagonisti principali ma dalla posizione scontata, e ci concentreremo sugli attori che operano online: bufalari e debunker
Uno dei tentativi più rilevanti fatto da parte di un sito di debunking è questa espansione di Google Chrome creata da Bufale.net che permette di discernere subito quando il sito è poco attendibile. L’estensione ha ricevuto ottime recensioni sul Chrome Web Store, ma è stata scaricata da meno di 6000 utenti. Una goccia nell’oceano.

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Paolo Attivissimo, debunker con una lunghissima esperienza alle spalle, in un’intervista a Vanity Fair ha proposto due cure, da portare avanti in parallelo (con le quali siamo completamente d’accordo come testimoniano diversi articoli pubblicati su questo blog due anni fa). La prima prevede “l’educazione, la cultura, l’istruzione nelle scuole per insegnare cos’è il web, cosa sono i social network, come funzionano e quali sono le regole che li governano“, la seconda cura invece “Tocca ai giornali: certe facilonerie non sono e non saranno né tollerate né tollerabili. Se vogliono salvarsi, i quotidiani devono produrre qualità. E questa, forse, è la loro grande occasione“.

Il sito Butac – Bufale un tanto al chilo ha pubblicato da anni una lista nera dei siti e pagine Facebook diffusori di bufale, divisi per categorie. Grazie a questa, un utente scrupoloso, può rapidamente avere notizie sulla fonte.

Ci sono poi i bufalari, assolutamente contrari ad ogni forma di controllo.
Prendiamo due esempi:

 

Gli attori in scena nella finzione di questo meraviglioso palcoscenico che sono i social network, seppure con interessi opposti ed idee molto diverse sulla questione, convengono tutti su un punto fondamentale: l’educazione.
Abbiamo già avuto modo di vedere come intervenire direttamente dall’alto faccia scattare le difese degli utenti già convinti di una notizia, che tendono a radicalizzarsi ancora di più sulle posizioni di partenza.

La massa è in difficoltà, le bufale circolano ad una velocità incredibile, l’opinione della folla si cronicizza su verità mai esistite. Si procede per piccoli tentativi, per proposte che vengono fatte e modificate da anni, che partono tutte dalle difficoltà del popolo a comprendere la realtà. Utenti che non riescono a riconoscere una bufala assurda in un sito con nessuna attendibilità.
Questo è il quadro nel quale arriva la proposta di Grillo.
Propongo non un tribunale governativo, ma una giuria popolare che determini la veridicità delle notizie pubblicate dai media. Cittadini scelti a sorte a cui vengono sottoposti gli articoli dei giornali e i servizi dei telegiornali.” Persone che non riconosco LiberoGiornale da Libero e da Il Giornale che decidono se una notizia pubblicata da Il Sole 24 ore è vera o falsa.
Traete le vostre conclusioni.
Tanto ormai vale tutto.

 

 

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Shadilay, la canzone italiana che ha fatto impazzire l’alt-right

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Si chiama Shadilay ed è un singolo dance italiano del 1986. E’ la canzone che ha fatto impazzire l’alt-right, gran parte degli appassionati di meme e i cultori di Pepe the Frog.
Una rana antropomorfa che stringe tra le mani una bacchetta magica che fa brillare il nome dell’etichetta “Magic Sound”.
Un pezzo interpretato da P.E.P.E. (Point Emerging Probably Entering) e prodotto dall’Ass. Art. “Pepe”.

Insomma, come poteva sfuggire a chi adora Pepe the Frog?
Ma per capire perché Shadilay è veramente esplosa, dobbiamo fare un passo indietro.
{Per chi fosse già a conoscenza della Meme Magic e del Cult of Kek, può saltare direttamente al paragrafo Shadilay}

The Meme Magic (is real!)
Cos’è la Meme Magic? E’ il termine utilizzato per indicare alcune presunte proprietà magiche dei meme virali, capaci di trascendere le regole del nostro mondo ed avere effetti sulla realtà.
Una roba da pazzi, ma divertentissima. Coniato come concetto nei primi mesi del 2015 su 8chan, la meme magic è stata successivamente ripresa da /pol/ – la board di 4chan Politically incorrect – che ha contribuito a renderla parte di quel calderone chiamato alt-right, fino a farne un culto religioso – conosciuto come Cult of Kek – e riconoscerla come l’entità divina responsabile dell’elezione di Donald Trump.
Se volete sapere di più sulla Meme Magic, potete leggervi la scheda su Know your meme.

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(Lord Kek ci ha dato un'altra prova che può manipolare lo spazio-tempo e la realtà. 
Ha benedetto chi lo prega provando l'esistenza della mememagic con un vinile italiano del 1986. 
Lode a KEK per il nostro imperatore TRUMP)

The Cult of Kek (also this is real!)
Kek è una parola che molti di voi avranno letto in giro su internet. Non è altro che un sinonimo dell’ormai sdoganato LOL (laugh out loud).
Si è scoperto che Kek è anche il nome di una divinità egizia, deificazione del concetto di oscurità primordiale. Rappresentato come divinità androgina dalla testa di serpente, Kek aveva anche una forma femminile rappresentata con la testa di rana o di gatto.  Nel passaggio alla cultura greco-romana, kek fu universalmente raffigurato come una rana.
In questo manufatto egizio – secondo il moderno culto di kek – si può vedere come i simboli in basso sembrano descrivere un uomo al computer, accanto ad un simbolo simile alla spirale del DNA.

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Per chi era già sulla strada della divinizzazione di Pepe e della Meme Magic la scoperta dell’antico culto egizio è stata una vera e propria epifania.
Sempre stando a quanto riporta Know your meme, il culto di Kek appare per la prima volta sulla board di 4chan /his/ (history) il 27 novembre 2015:

cult-of-kek

Shadilay (sogno o realtà?)
Una rana, una bacchetta magica, la voce di Pepe. Ecco come la scoperta del vinile di Shadilay ha mandato al manicomio i seguaci del kek.
Il culto di kek cresce e si autoalimenta nello stesso identico modo delle bufale. Qualcuno riporta un’informazione – pressoché inventata – la fa girare sui forum, i link si moltiplicano fin quando la diceria non entra nell’immaginario collettivo come realtà.
Nel caso di Shadilay un giorno un utente ha trovato un disco, una canzone italiana vecchia di 30 anni, e ha pensato che lo spazio-tempo sia stato manipolato per lasciarci un segno dell’arrivo di Kek. Qualcuno – non si sa se lo stesso Kek o un ipotetico seguace capace di viaggiare nel tempo – ha fatto incidere un disco (dalle perfette sonorità sintetiche, vi pare che il buon Kek non sia attento ai gusti musicali dei suoi ragazzi?) con i suddetti indizi per lasciarci un segno che questo tempo sarebbe arrivato. Così come l’uomo al computer sul manufatto egizio. Questo significa che potremmo vivere una linea temporale che è appena stata cambiata – con l’elezione di Trump – da un viaggiatore che veniva da chissà quale epoca futura, o da una divinità a forma di rospo.
Torniamo a Shadilay.
Scoperta dai membri di /pol/ nel settembre del 2016, il primo pezzo caricato su YouTube – al momento della redazione di questo articolo – sfiora le 190.000 visualizzazioni. Si possono trovare anche decine di remix con altrettante views, tutti corredati da video con splendidi meme di cosiddetti rarest Pepe.
Non solo, ma shadilay è diventato un vero e proprio modo di dire. Una specie di saluto di riconoscimento tra confratelli fedeli del culto di Kek e della Meme Magic.
Il lato b del disco offre anche una versione cantata in inglese ma pare che Kek abbia esplicitamente chiesto di utilizzare la versione in italiano.
Almeno a questo Dio siamo simpatici.

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Cosa sappiamo di Shadilay e dei suoi autori?
Manuele Pepe, stando alla sua pagina Wikipedia, è un cantautore italiano attivo negli anni ’80. Shadilay uscì nel 1986 per Ricordi con etichetta Magic Sound.
L’altro nome che appare sull’etichetta è quello di Marco Ceramicola, sinceramente non sappiamo se sia il produttore o l’autore dei testi. Abbiamo provato a contattare il signor Ceramicola lo scorso 21 ottobre (sì, 20 giorni prima dell’elezione di Trump. Because Meme Magic is real!) sul suo profilo Facebook, ma non abbiamo ancora ottenuto risposta (maledetta cartella Altro). Insomma, non sappiamo neanche se gli autori di questo pezzo siano al corrente del successo che sta avendo il loro disco. Ma lo speriamo, almeno da quello che si legge nei gruppi Facebook sul valore di mercato che sta raggiungendo il disco.

shadilay-cost-130

Gli accoliti del Kek che caricano la canzone in rete invitano gli altri utenti a scaricare il pezzo e ricaricarlo, in modo da prevenire qualsiasi tipo di rimozione perenne. Shadilay è un bene comune che deve essere preservato e tramandato.
Come tutti i meme, Shadilay è stata declinata in mille modi.
Come tutte le declinazioni che riguardano l’alt-right, Shadilay è ben presto diventata (insieme a Never Come Down dei Brave Shores, alla quale andrebbe dedicato un altro capitolo) l’inno dei fan di Trump sulla rete.

shadilay-trump
Tiriamo le somme:
C’è un gruppo di persone che crede che il passato sia costellato di segni che ci avrebbero portato a Kek.
Il passato potrebbe essere in continuo cambiamento grazie alla magia dei meme che trascende lo spazio e il tempo.
Kek ha voluto che Donald Trump diventasse Presidente degli Stati Uniti.
Kek ha scelto una canzone italiana del 1986 come inno.
Trump ha vinto le elezioni.
Il merito è di Kek e dei suoi seguaci.
Tutto regolare, no? Almeno la strada della follia collettiva la stiamo percorrendo con coerenza.

Per chi avesse curiosità di continuare ad esplorare il mondo di Shadilay, lascio un elenco dei migliori video da ascoltare/guardare su YouTube:

Poi ci sono per tutti i gusti, trap, hip hop, future funk, tutto quello che può essere disponibile in 3240 risultati che propone YouTube alla ricerca di Shadilay.
Vi lascio con questo esplicativo banner.

shadiley-intro

 

Testo integrale:
assoluto cosmico, regolare realtà
respiro di un immagine, sintonia di civiltà
confusa progenia di cellule ribelli
volo verso l’universo, l’attraverserò
se sei stella fatti vedere, io mi fermerò
oooh oooh

shadilay shadilay la mia libertà
shadilay shadilea oh nooo
shadilay shadilay oh sogno o realtà
shadilay shadilay oh nooo
vola nella mia vita, no non è finita
io mi fermerò
sciogli le mie vele, nel cielo e in fondo al mare
io ti crederò

armonia metallica, concreta realtà
videoclip elettronico, elogio di civiltà
confusa progenia di cellule ribelli
volo verso l’universo, l’attraverserò
se sei stella fatti vedere, io mi fermerò
oooh oooh

shadilay shadilay la mia libertà
shadilay shadilay oh nooo
shadilay shadilay oh sogno o realtà
shadilay shadilay oh nooo
vola nella mia vita, no non è finita
io mi fermerò
sciogli le mie vele, nel cielo e in fondo al mare
io ti crederò

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Vince Trump, la grande rivoluzione di internet continua

memedreams
Ci era piaciuto tanto il #YesWeCan del 2008. #Change, #Obama, la grande rivoluzione di internet, la primavera araba, Twitter che libera i Paesi dall’oppressione.
Poi, non si sa come né perché, ce ne siamo dimenticati.
Eppure la Brexit poteva essere un campanello d’allarme per cercare di guardare il quadro generale senza la spocchia di chi sa già il risultato finale di una votazione popolare perché lo dicono il buon senso e i sondaggi.
Eppure dal momento in cui si sono chiuse le primarie democratiche, era chiaro che nella sfida tra Clinton e Trump non ci fosse storia per il popolo della rete™. La spinta virale dei democratici, costruita a suon di #dankmemes dai sostenitori di Bernie Sanders, si è sgretolata dopo la vittoria da parte di Hilary Clinton, che ha puntato su una femminilità troppo in contrasto con le sue recenti politiche da Segretario di Stato degli Stati Uniti.
Ha ragione Beppe Grillo, quando dice che i giornalisti non ci hanno capito niente, che i giornali non li legge più nessuno. Ma in realtà sono i giornalisti stessi a non leggere più la realtà. Pepe the Frog – per citare il più emblematico ma non unico simbolo della campagna virale di Trump – è arrivato in tutto il mondo. Gli articoli da migliaia di battute dei giornali di punta americani sui disastri che porterà la presidenza Trump sono stati letti solo da chi avrebbe votato Clinton a prescindere.
Eppure già da mesi, se non anni,  la rete aveva creato una mitologia di Donald Trump, senza che questo spendesse un nichelino. Non erano “troll pagati dai repubblicani”, erano semplicemente centinaia di migliaia di utenti che hanno dato un significato ad una campagna elettorale pessima da entrambe le parti. Si è detto di tutto riguardo questo significato: irriverente, nazista, sessista, distruttivo, populista. L’Alt-Right non esisteva prima della candidatura di Trump. Ora è un movimento politico (?!? neanche di questa definizione si può essere certi, visto lo stato embrionale) capace di decidere il Presidente degli Stati Uniti. A suon di lol. Anzi, di kek. 
Ma nessuno ha voluto leggere “the big picture“,  tutti gli esperti si sono limitati a strumenti oramai obsoleti.
Gli stessi sondaggi che davano la Brexit impossibile, i 5 Stelle al 96% alle europee, Trump con il 4% di percentuale di vittoria.
Sondaggi che hanno funzionato solo quando collimavano con le tendenze in rete. Di tutta la rete, non solo di Facebook e Twitter.
Sondaggi che si rivelano affidabili solo quando il risultato è più che scontato.
Trump è stato appoggiato da Clint Eastwood, la Clinton da quasi ogni personaggio pubblico.
Tutti i giornali erano con la Clinton.
La rete era dalla parte di Trump, c’era un hype incredibile. Trump è stato protagonista di un mondo di cui nessuno si è accorto, di una narrazione snobbata dai salotti intellettuali di tutto il mondo.
Meme, gif, video, canzoni che si moltiplicavano esponenzialmente. La vaporwave – che già da qualche anno si affermava come corrente musicale ed estetica – si è tinta di arancione come i capelli di Trump ed ha trovato nel magnate una spinta ulteriore per invadere la rete, entrando nella testa proprio di quei Millennials (nati tra 1982-1998) che secondo tutti erano l’elettorato forte di Hillary Clinton. Quanti tra opinionisti ed esperti delle elezioni americane sanno cos’è la vaporwave? Quanti hanno seguito il fenomeno di Pepe e lo sviluppo dell’alt-right? Quanti invece si sono fermati ad un pezzo su un quotidiano nazionale che riprendeva spaventati articoli d’oltreoceano senza approfondire la questione? Quanti hanno speso anche solo un paio d’ore su /pol/ per capire cosa stava succedendo? Quanti hanno capito l’incidenza degli scandali informatici della Clinton sull’opinione dell’elettorato digitalizzato?
Eppure ci ritroviamo anche oggi, come già nel post-Brexit, a dire che /pol/ was right again.
Possiamo credere che la vittoria di Trump sia la vittoria dei bifolchi sugli acculturati, ma continueremmo a perseverare diabolicamente nell’errore che ha portato a questo risultato.
Abbiamo preferito guardare il futuro che ci piaceva piuttosto di quello che ci aspettava.
 
Un risultato che è quello a cui guardavamo con ammirazione negli scorsi decenni: una rete che potesse rivoluzionare il mondo dando parola a tutti. Eccola qua. Abbiamo tutti parola, abbiamo tutti delle domande, pochissimi hanno delle risposte.
Vince chi si inventa la più fantasiosa. E non vale solo quando l’hashtag ci piace perchè è positivo. Perchè ci piace pensare che #YesWeCan. Vale sempre, quando ha potenza virale.
Se per caso doveste sentirvi un po’ fascisti oggi, se provate rabbia nei confronti del suffragio universale, se preferireste una dittatura illuminata alla democrazia, beh… potrebbe essere un primo passo per capire l’alt-right.
E per capire perché /pol/ was right again.
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Che fine hanno fatto i troll del PD?

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“Che fine hanno fatto i troll del PD” è stato originariamente pubblicato su MOTHERDBOARD ITALIA il 17 giugno 2016 all’indirizzo http://motherboard.vice.com/it/read/che-fine-hanno-fatto-i-troll-del-pd

 

 

Schizzi di merda digitali”. Un fulmine a ciel sereno che colpì l’internet italiano nel marzo del 2013, scagliato dal blog di Beppe Grillo nel tentativo di scavare un solco tra i militanti del MoVimento e gli avversari politici e sociali.
Da mesi orde di trolls, di fake, di multinick scrivono con regolarità dai due ai tremila commenti al giorno sul blog. Qualcuno evidentemente li paga per spammare dalla mattina alla sera.” Bastarono queste poche righe per dare vita a uno dei tormentoni più in voga nei social italiani, il “chi ti paga?”.

Forse è capitato anche a voi di sentirvi rispondere così all’interno di una discussione, o magari avete visto qualche amico scherzarci sopra. Il “chi ti paga?” è stato, negli ultimi tre anni, un tormentone paragonabile soltanto al famigerato “e i marò?”.

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Viralità tossica: analisi dei messaggeri moderni

de marco jack

La prospettiva entusiasticamente abbracciata da vaste schiere di persone entrate a far parte degli “utenti attivi” di Facebook è la possibilità di avere due cose che sicuramente sognavano anche prima che Zuckerberg offrisse il servizio su internet ai suoi colleghi di Harvard, ma che non sapevano dove cercare e trovare. Innanzitutto, quelle persone trovavano troppo difficile sfuggire alla solitudine con i mezzi a loro disposizione. In secondo luogo, dovevano sentirsi penosamente trascurate, inosservate, ignorate e dirottate su un binario morto, esiliate ed escluse, ma anche in questo caso dovevano trovare difficile, se non impossibile, tirarsi fuori da quell’odioso anonimato con i mezzi a loro disposizione. Zuckerberg ha offerto loro gli strumenti per entrambi questi scopi, strumenti che fino ad allora avevano cercato invano e di cui sentivano terribilmente la mancanza. E loro hanno afferrato al volo l’occasione.
[…]
Come ha osservato Josh Rose, direttore creativo digitale dell’agenzia pubblicitaria Deutsch LA: “Internet non ci ruba la nostra umanità: la rispecchia. Internet non si insinua dentro di noi: ci mostra ciò che sta dentro di noi”. Rose ha perfettamente ragione. Mai incolpare il messaggero se il messaggio che ci consegna non ci piace, né elogiarlo se ci è gradito… In fin dei conti, se quel messaggio li rallegrerà o li getterà nella disperazione dipende dalle preferenze e dalle avversioni dei destinatari, dai loro sogni e incubi, dalle loro speranze e apprensioni.

Zygmunt Bauman - David Lyon, Sesto Potere - La sorveglianza nella modernità liquida, p. 10, Laterza, 2013

Leggendo questo passo di Sesto Potere ho pensato immediatamente al mondo politico extra-partitico del Facebook italiano.
Chiunque di voi sia iscritto a Facebook avrà notato un fiorire di meme politicizzati ma non riconducibili a nessun partito.
Meme che riportano messaggi il più delle volte populisti e qualunquisti, che hanno grande presa e raggiungono una notevole viralità. Questo perché esprimono, a prescindere dalla genuinità del messaggio,  ciò che la massa vuole sentirsi dire.
Abbiamo quindi da una parte alcuni utenti che vogliono utilizzare i social network per salire alla ribalta e uscire dall’anonimato, dall’altra un folto numero di utenti che non aspettano altro che condividere con il mondo la loro indignazione verso il sistema politico.
Se è vero che non dobbiamo incolpare il messaggero, possiamo provare ad analizzarlo.
Non sono pochi gli utenti ad aver intuito il meccanismo che li rende messaggeri, e un momento di crisi economica e politica, come quella iniziata nel 2008 in concomitanza con la diffusione mondiale dei social network ed ancora in atto, è il terreno migliore per entrare in questo meccanismo.
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Cambio la tua morte per un click.

katherine chappell

Della morte sui social network ne avevamo già parlato tempo fa in questo post dal titolo “Social e Thanatos”.
Oggi vorrei parlare dei morti sui social guardandola in chiave mediatica.

Sappiamo bene che i quotidiani, nel 2015, tirano avanti grazie al traffico sul sito.
Sappiamo anche che i quotidiani arrivano a postare “notizie”, spesso difficilmente definibili tali, solamente perché sono catchy, cioè attirano l’attenzione e stimolano la curiosità dell’utente.
Ci sono poi delle vie di mezzo, delle notizie relativamente importanti e curiose allo stesso tempo.
E’ il caso di Katherine Chappell, editor di Game of Thrones, morta sbranata da un leone il primo giugno, durante un safari al Lion Park di Johannesburg.

Su alcuni giornali, italiani ed esteri, la notizia è stata pubblicata mercoledì 3 giugno.

Altri invece hanno deciso di aspettare il giorno di uscita del penultimo episodio.
In Italia è stata la scelta presa dalla gran parte dei quotidiani.

Il Fatto Quotidiano ha dato la notizia l’8 giugno. Che è proprio il giorno di uscita dell’episodio, il giorno nel quale i fan si svegliano con l’idea che al primo momento libero finalmente scopriranno cosa succede.

fulvia leopardi

{Fa ridere solo me il fatto che l’articolo sia scritto da una Leopardi?}

 Il Messaggero invece ha postato l’articolo domenica 7, il giorno di uscita negli Stati Uniti, mentre il Corriere della Sera che aveva postato la notizia già il 2 giugno, il 9 (9 giorni dopo la morte, una settimana dopo la pubblicazione) si accorge che – guarda un po’ te – la morta sbranata era proprio un editor di G.O.T.!

corriere khaterine chappell

 

Non so bene cosa dica l’etica giornalistica sul piazzare scientificamente notizie in base al trend del momento sui social network, ma credo che ci sia una bella differenza tra il postare gattini che giocano con le mosche quando i numeri del sito sono bassi e il rinviare la notizia di una ragazza sbranata da un leone cercando di spremere più click possibili.

Questo di Katherine Chappell è solamente un esempio del posizionamento strategico delle notizie sui social media al quale siamo esposti ogni giorno. La sola arma di difesa che abbiamo noi semplici utenti contro un sistema mediatico del genere è l’attenzione e il ragionamento nell’approccio alla notizia.
Qualunque essa sia.

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Anonymous all’italiana. Cosa è andato storto?

IMOLA OGGI ANON

Anonymous all’italiana.
Mi sono chiesto più e più volte cosa pensassero gli Anonymous ufficiali dell’utilizzo che si fa in Italia del loro nome e dei loro simboli.
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