Vince Trump, la grande rivoluzione di internet continua

memedreams
Ci era piaciuto tanto il #YesWeCan del 2008. #Change, #Obama, la grande rivoluzione di internet, la primavera araba, Twitter che libera i Paesi dall’oppressione.
Poi, non si sa come né perché, ce ne siamo dimenticati.
Eppure la Brexit poteva essere un campanello d’allarme per cercare di guardare il quadro generale senza la spocchia di chi sa già il risultato finale di una votazione popolare perché lo dicono il buon senso e i sondaggi.
Eppure dal momento in cui si sono chiuse le primarie democratiche, era chiaro che nella sfida tra Clinton e Trump non ci fosse storia per il popolo della rete™. La spinta virale dei democratici, costruita a suon di #dankmemes dai sostenitori di Bernie Sanders, si è sgretolata dopo la vittoria da parte di Hilary Clinton, che ha puntato su una femminilità troppo in contrasto con le sue recenti politiche da Segretario di Stato degli Stati Uniti.
Ha ragione Beppe Grillo, quando dice che i giornalisti non ci hanno capito niente, che i giornali non li legge più nessuno. Ma in realtà sono i giornalisti stessi a non leggere più la realtà. Pepe the Frog – per citare il più emblematico ma non unico simbolo della campagna virale di Trump – è arrivato in tutto il mondo. Gli articoli da migliaia di battute dei giornali di punta americani sui disastri che porterà la presidenza Trump sono stati letti solo da chi avrebbe votato Clinton a prescindere.
Eppure già da mesi, se non anni,  la rete aveva creato una mitologia di Donald Trump, senza che questo spendesse un nichelino. Non erano “troll pagati dai repubblicani”, erano semplicemente centinaia di migliaia di utenti che hanno dato un significato ad una campagna elettorale pessima da entrambe le parti. Si è detto di tutto riguardo questo significato: irriverente, nazista, sessista, distruttivo, populista. L’Alt-Right non esisteva prima della candidatura di Trump. Ora è un movimento politico (?!? neanche di questa definizione si può essere certi, visto lo stato embrionale) capace di decidere il Presidente degli Stati Uniti. A suon di lol. Anzi, di kek. 
Ma nessuno ha voluto leggere “the big picture“,  tutti gli esperti si sono limitati a strumenti oramai obsoleti.
Gli stessi sondaggi che davano la Brexit impossibile, i 5 Stelle al 96% alle europee, Trump con il 4% di percentuale di vittoria.
Sondaggi che hanno funzionato solo quando collimavano con le tendenze in rete. Di tutta la rete, non solo di Facebook e Twitter.
Sondaggi che si rivelano affidabili solo quando il risultato è più che scontato.
Trump è stato appoggiato da Clint Eastwood, la Clinton da quasi ogni personaggio pubblico.
Tutti i giornali erano con la Clinton.
La rete era dalla parte di Trump, c’era un hype incredibile. Trump è stato protagonista di un mondo di cui nessuno si è accorto, di una narrazione snobbata dai salotti intellettuali di tutto il mondo.
Meme, gif, video, canzoni che si moltiplicavano esponenzialmente. La vaporwave – che già da qualche anno si affermava come corrente musicale ed estetica – si è tinta di arancione come i capelli di Trump ed ha trovato nel magnate una spinta ulteriore per invadere la rete, entrando nella testa proprio di quei Millennials (nati tra 1982-1998) che secondo tutti erano l’elettorato forte di Hillary Clinton. Quanti tra opinionisti ed esperti delle elezioni americane sanno cos’è la vaporwave? Quanti hanno seguito il fenomeno di Pepe e lo sviluppo dell’alt-right? Quanti invece si sono fermati ad un pezzo su un quotidiano nazionale che riprendeva spaventati articoli d’oltreoceano senza approfondire la questione? Quanti hanno speso anche solo un paio d’ore su /pol/ per capire cosa stava succedendo? Quanti hanno capito l’incidenza degli scandali informatici della Clinton sull’opinione dell’elettorato digitalizzato?
Eppure ci ritroviamo anche oggi, come già nel post-Brexit, a dire che /pol/ was right again.
Possiamo credere che la vittoria di Trump sia la vittoria dei bifolchi sugli acculturati, ma continueremmo a perseverare diabolicamente nell’errore che ha portato a questo risultato.
Abbiamo preferito guardare il futuro che ci piaceva piuttosto di quello che ci aspettava.
 
Un risultato che è quello a cui guardavamo con ammirazione negli scorsi decenni: una rete che potesse rivoluzionare il mondo dando parola a tutti. Eccola qua. Abbiamo tutti parola, abbiamo tutti delle domande, pochissimi hanno delle risposte.
Vince chi si inventa la più fantasiosa. E non vale solo quando l’hashtag ci piace perchè è positivo. Perchè ci piace pensare che #YesWeCan. Vale sempre, quando ha potenza virale.
Se per caso doveste sentirvi un po’ fascisti oggi, se provate rabbia nei confronti del suffragio universale, se preferireste una dittatura illuminata alla democrazia, beh… potrebbe essere un primo passo per capire l’alt-right.
E per capire perché /pol/ was right again.
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